Idee per una stagione di Umanesimo economico

Dalla non dipendenza economica agli scenari imposti dalla globalizzazione. L’intervento di Nicola Pirina al convegno “Un masterplan per le zone interne” che si è tenuto oggi a Fonni.

Vi proponiamo il testo integrale dell’intervento di Nicola Pirina (direttore generale di Sardex S.p.A.) al convegno “Un masterplan per le zone interne”, organizzato da Confindustria Sardegna Centrale.

 

Buongiorno a tutte e a tutti,

ringrazio per l’invito e mi complimento per l’iniziativa, davvero gradita occasione di parola e d’ascolto. Siccome non sono capace di complicare il pane, cosa che invece sembra diventata disciplina olimpica e di cui in Sardegna siamo cintura nera nono dan, vado subito al dunque.
Voglio ragionare di non dipendenza economica, a partire dalle aree interne.

Parlare di fonnesi eccellenti a Fonni è ovviamente complicato, comunque creerei scontenti; per cavarmela politicamente potrei narrare le gesta del nostro attuale Presidente, Stefano Meloni – di cui porto i saluti – nipote del noto Don Meloni, ma non è esattamente il caso che mi serve.
Citerò, invece, due vizzesi straordinari; anche Bitti, come molti altri paesi della nostra isola, ha dato tanti natali eccellenti. Tra questi:
– Michelangelo Pira, che col suo villaggio elettronico, preconizzava, nel 1972, quello che oggi conosciamo ed usiamo come internet, la rete globale;
– Bachisio Bandinu, che sostiene con forza il concetto di non dipendenza.

Ecco i due perni del discorso, una rete globale ed un diverso modo d’approcciare l’economia. Partiamo dal concetto di non dipendenza, lasciando perdere i vari “-ismi” che, come noto, non mi appartengono.
Abbiamo dipendenze di ogni genere e tipo, ad esempio, ambientale, siamo inquinati, indifesi davanti ai capitali mondiali, dipendenza politica, non siamo in grado di esprimere l’autorevolezza di cui avremmo necessità, dipendenza economica, non siamo neanche in grado di preparare la nostra industria prima di proporre politiche, per non parlare dell’oramai cronico 80% di risorse che importiamo.

C’è qualcuno che può dirsi contento e felice di dipendere da qualcosa o qualcuno? Ovviamente no, ergo do per comunitario il concetto assoluto di non dipendenza, in particolare quello di non dipendenza economica dell’isola.
Che senso ha, infatti, esibire i 4 mori e dire deu seu sardu? In cosa si estrinseca? Nella spazzatura che buttiamo in campagna insieme alle vecchie lavatrici? Che significato ha la sarditas che tanto ci unisce se non riusciamo a declinarla né ad interpretarla?

Questo è il punto, ossia cercare, in connessione integrata col mondo, di dare un nuovo significato economico alla non dipendenza.
Inutile spiegare le cose nuove con schemi e modelli vecchi.
Fino ad oggi abbiamo fallito, il mondo che ci siamo creati non è per tutti, ma per pochi: ricchi e grassi; se qualcuno si offende e non vuole parlare di fallimento, diciamo allora che a stento riusciamo a resistere.

Possiamo allora interrogarci però non sui singoli errori, ma sugli approcci e sulle metodologie che ci hanno portato a sbagliare? Della monodimensionalità, di cui ho già discusso a Macomer e a cui vi rimando (l’intervento è pubblico on line sul nostro portale), riprendo la scala, in questo caso territoriale, sociale, imprenditoriale e individuale, perché è ormai un problema intrinseco il non pensarsi diversi da quello che si è abituati a pensare.

Ma cosa possiamo innestare per essere antifragili e autoapprendenti? Per essere pluridimensionali o addirittura a-dimensionali? Quel che ha portato all’affermazione di un sistema economico lineare, dove le leggi del gioco sono massimizzare profitti, affermazione individuale e incremento continuo e sregolato dei medesimi lavori, è un vicolo cieco.

Prendente, ad esempio, il Piano Sulcis. Anche lì, benché sotto diversa veste, non si è ragionato e agito in maniera diversa rispetto a quanto fatto nei vari patti territoriali, contratti d’area e così via. A oggi, se mi permettete, proseguire con questa visione è inutile, quasi quanto un polo petrolchimico al centro dell’isola, non che gli altri sulle coste ci facciano molto.

E’, infatti, il modo di pensare che crea più instabilità sociale ed economica della stessa crisi; non ci dobbiamo nascondere dietro la parola crisi, ma dobbiamo riflette profondamente sulla natura dei problemi strutturali che affliggono il nostro territorio ben prima della crisi, bisogna farsi coraggio e affrontare questi problemi tutti insieme.

Temo infatti che i supereroi coi superpoteri non esistano, temo che il salvatore della patria non verrà: o ci aiutiamo noi o ci aiutiamo noi.Se guardiamo un po’ di dati relativi alla nostra terra iniziamo a comprendere meglio la direzione del ragionamento: in Sardegna ci sono circa 110 mila dipendenti pubblici, pari a circa il 7% dei residenti ma anche al circa 20% dei soggetti occupati (il 20% degli occupati con un rapporto di uno stipendio per un nucleo familiare di tre persone dipende dalle casse pubbliche).

Tutto ciò in un momento storico dove è evidente che il numero e l’età degli anziani andrà ad aumentare e il tasso di natalità continuerà a scendere; da qui al 2050 saremo meno di un milione nell’isola e meno di 50 milioni in Italia, laddove per la bilancia delle pensioni invece dovremmo essere quasi 70 milioni visto l’invecchiamento della popolazione.
Prendiamo poi alcune delle leggi regionali e nazionali per lo sviluppo (lr. 17/93, 488, patti territoriali, contratti d’area, patti verdi, pit), troveremo 1,5 miliardi di euro investiti con una sovvenzione pubblica di 913 milioni di euro per le sole aree interne.
Abbiamo poi davanti uno scenario certo quanto ad acqua, inquinamento, invecchiamento, migranti, salute e così via. Dall’altra parte, però, abbiamo di sicuro un’immensa dotazione di giacimenti territoriali che sono ancora lì che aspettano d’essere valorizzati.

Accostiamoli agli scenari industriali mondiali dei prossimi anni, che sembrano plausibili ed univoci:
-la robotica sarà avanzata ed i robot saranno entrati nelle case anche per usi personali;
-i big data saranno nell’era detta zettabyte;
-la sensoristica attraverso i device entrerà nella nostra quotidianità;
-le criptomonete e le valute complementari saranno l’ordinario;
-hardware e software per 3d, 4d, e 5d detteranno le logiche per la produzione industriale e per la logistica mondiale;
-l’alta velocità su maglev (treni a levitazione magnetica) eliminerà le distanze;
-i nuovi paesi saranno: Polonia, Turchia, Filippine, Messico, Nigeria, Indonesia, Vietnam, Sud Africa ed Egitto;
-oltre che sulle mega city dovremo ragionare di mega regioni e mega corridoi;
-le vendite on line rappresenteranno il 30% di quelle mondiali con un mercato da 23 trilioni;
-le sorelle e i fratelli migranti aumenteranno;
Ma questi sono solo alcuni tra gli innumerevoli esempi possibili.

Allora alla luce di questi pochi spunti comunque ricchissimi d’implicazioni mi domando: ha senso continuare a dire che siamo la terra dei centenari, che abbiamo valori ambientali e culturali, che il nostro cibo è il migliore del mondo, che il nostro vino è stellare, se tutto questo rimane esclusivamente valore potenziale?

È evidente che ormai nella nostra mente abbiamo creato valori territoriali asettici, dove però i veri capitali sociali e culturali non sono valorizzati né utilizzati (se non male, cementificando coste, smettendo di coltivare, provando a trivellare, mettendo impianti chimici).
Ma perché se in casa e negli spuntini la grande ospitalità dei sardi è un valore universale questa non riesce mai a trasformarsi in valore imprenditoriale sostenibile?

Ma perché l’impagabile capacità delle reti sociali nei territori di aiutare sempre tutti, di non lasciare nessuno indietro o morto di fame e freddo non diventa valore imprenditoriale sostenibile? Possiamo permetterci che ospitalità e reti sociali non diventino imprenditorialità diffusa?

Faccio presente, come inciso, che non abbiamo mai neanche pensato ad una riconversione della chimica ad esempio per il grafene, altro scenario chiaro e forte. E non solo, ma vogliamo capire qual è la vera vocazione dei territori e delle persone che resistono per starci? Vogliamo provare a connettere i giacimenti territoriali a vocazioni possibili alle vocazioni delle persone che vi risiedono? Vogliamo prendere gli stessi e farci impresa con competenze evolute per intercettare i bisogni derivanti dagli scenari?
Vogliamo pensare che sia possibile per le aree interne?

Lo dico perché se continuiamo a imporre modelli che derivano da studi, se continuiamo a provare a far fare ai territori quello che non vogliono, a essere ciò che non sono, vuol dire che continuiamo a sbagliare e alla grande!
Questo vale sia per le deboli iniziative imprenditoriali, ma ancor di più per le politiche pubbliche che sono solo la copia striminzita e sbiadita di mille riassunti; in Italia e in Sardegna viviamo di politica e di economia del frattale, dove proviamo a replicare su altre scale ciò che – nella migliore delle ipotesi – ha funzionato appena altrove.

Noi dobbiamo avere produzione propria. Produzione d’imprese. La Sardegna può e deve essere una fabbrica d’imprese e artigiani per svolgere un ruolo nello scenario descritto.
Noi siamo una delle terre d’innovazione, facciamo impresa nelle prospettive di frontiera. Bisogna lavorare per moltiplicare, connettere e estrarre questi giacimenti di risorse culturali, sociali e umane che sono patrimonio inestimabile, da non esaurire, non replicabile.

Occorre far tutto ciò che è in nostro potere per fare in modo che siano a servizio della nostra società e dell’ambiente in cui viviamo tutelando le risorse naturali di cui disponiamo. Non dobbiamo solo riscrivere i nostri modelli di business in ragione di un sistema di economia circolare, basato sul ciclo della vita, ma far si che questo approccio penetri e si radichi nelle società e nei territori.

È inutile creare servizi o prodotti sociali se gli individui non sono interconnessi, si deve iniziare ad investire su cosa davvero interessa e sta a cuore ai territori e ai loro abitanti. Il rischio più grosso che possiamo correre è non rischiare, serve cambiare e andare avanti. Certo, questo percorso deve passare per la creazione d’infrastrutture, anche connettive, che permettano ai territori di comunicare e interagire tra loro al fine di dargli nuova linfa.

Per questo è necessario trovare i giusti enzimi per singoli territori, questo non significa che dobbiamo portare da fuori persone o idee, ma che ci spetta il compito d’innescare quelle contaminazioni indispensabili alla crescita.In alcune società arcaiche, gli enzimi, erano considerati quasi come divinità, proprio per la loro funzione di dar vita; senza di essi non avremmo pane, non avremmo vino, il più grande veicolo di coesione sociale del mondo e così via.

Ricordo inoltre che gli enzimi più comuni sono quelli che ci permettono di assimilare i cibi a cui hanno dato vita. Noi siamo quello che mangiamo. Stesso dicasi per i territori, che si devono nutrire di nuova imprenditorialità e di buone politiche. Oltre a questa indispensabile funzione, gli enzimi sono catalizzatori e acceleratori dei processi biologici; ci servono enzimi territoriali che diano vita ai territori tramite i processi d’assimilazione, di catalizzatore e acceleratore delle politiche territoriali, creando ecosistemi differenti tra loro ma interconnessi e autoappredenti.

Il primo passo per creare tale infrastruttura è avere fiducia e empatia negli scambi. A quale scambio ci riferiamo? A tutto, ovviamente. La condivisione di un’ idea, di un bene, di un informazione e via discorrendo. Le idee che hanno successo sono quelle che si integrano vicendevolmente creandone una unica. Questo vuol dire attività connettiva, questo è il modo con cui dobbiamo guardare il nostro territorio.

Le aree interne sono il cuore della nostra regione, non devono e non possono rimanere isolate ma devono essere il cuore pulsante dell’isola e, come tale, diventare l’enzima, il connettore e il veicolo per integrazione tra nord e sud. Sono fortemente convinto che da qui dobbiamo ripartire. Immagino questo territorio come un laboratorio dove la sommatoria delle relazioni sociali possa creare una fucina di idee innovative.

Sorgente che ci spinga verso il cambiamento di cui abbiamo bisogno, attraverso la creazione di nuova impresa che si faccia forza dei giacimenti territoriali, che sia rispettosa della vocazione del territorio, che intercetti una o più delle linee di tendenza, che non sia la copia di altro, che restituisca la felicità di lavorare.

La logica dei finanziamenti pubblici, delle gare d’appalto e dei sussidi deve cambiare; è indispensabile che i finanziamenti ne generino di altri, gli appalti dovranno premiare i più meritevoli e i sussidi fungere realmente da aiuto e non da droga del mercato. Personalmente non userei più la logica del grant ma quella del loan, ovviamente rivedendo anche le logiche valutative.

Inoltre le pubbliche amministrazioni sono tra i custodi dell’asset più importante del XXI secolo, le informazioni; anche in questo la staticità nella loro mera raccolta crea una barriera monodimensionale che rende questo struttura una semplice scatola piena di scartoffie.

Le informazioni, in sé, sono poco se non diventano conoscenza. Ma utilizzare big data con un sano data mining per avere data meaning no? Lì dentro c’è tanto per capire le interrelazioni tra i e nei territori e sui bisogni reali; basta con i dati decontestualizzati, con le politiche non svolte, non efficaci, non utili.

Questo risorgimento economico, come detto in precedenza, passa dalla valorizzazione di quei giacimenti socio culturali cui le aree interne son ricche, ma come valore dinamico, non statico. Non abbiamo bisogno di totem ma di nuova impresa, fatta per soddisfare uno o più di queste grandi necessità di cui abbiamo parlato prima. Ricordo, in aggiunta a quanto già accennato, che un sacco di antichi lavori stanno sparendo ed è una perdita che non possiamo permetterci; far dissolvere questa conoscenza nel niente è un delitto, dobbiamo far sì che diventi nostra per poi modellarla a nostro piacimento secondo le regole odierne.

Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono, cantava Battiato. Così il codice dai romani ad oggi, così oggi il codice per i software, chi detiene il codice comanda.
Noi da che parte ci vogliamo mettere?
Ancora una volta vogliamo solo copiare e subire?
Abbiamo compreso qual è la velocità cui va il mondo e che dobbiamo decidere la nostra andatura?
Abbiamo capito che la dimensione spazio-tempo è completamente modificata?

I nostri giacimenti sono pieni di vecchi codici da trasformare in chiave moderna, mi riferisco alla capacità uniche dei nostri artigiani, alle conoscenza dei terreni dei nostri agricoltori, alla manualità dei nostri pastori, giusto per citarne alcune e non parlare solo di industria.
I tempi stanno mutando, le nuove generazioni sono un capitale umano completamente differente e non bastevole per le attuali e future necessità.
L’enzima comune che gli permetterà di lavorare insieme è l’amore smisurato per la propria terra.

Io vedo il nipote lavorare fianco a fianco con i nonni dentro:
-un fablab, dove il primo modella in 3D e altro lo aiuta nella scelta dei materiali;
-un campo, dove il primo usa i big data per analizzare tempo e terreno e il secondo sceglie le colture da impiantare;
-un ovile, dove il primo studia l’alimentazione per gli animali e il secondo le cura giorno dopo giorno;
Ma sono solo alcuni scenari.

Questi piccoli esempi di integrazione generazionale rispecchiano in pieno la filosofia di cambiamento che dobbiamo percorrere, ovvero un modo accessibile a tutti, autosufficiente e antifragile.
Altro tema è quello dell’urbanizzazione e dello spopolamento.
Ma veramente siamo disarmati per questo processo?
Le mega city sono un modello di sviluppo urbano destinato a non durare per sempre, non possiamo continuare a espanderci a macchia d’olio o a vendere metri quadrati di area edificabile.

Il progresso tecnologico, proprio quello per le smart city, ci permetterà di creare una struttura di connessione con i territori limitrofi ridando la possibilità agli individui di vivere in delle realtà a misura d’uomo.

La Sardegna, continuo a esserne convinto, è un’unica città coi quartieri distanti e noi possiamo ridurre queste distanze.
Immagino riqualificazioni urbane e bonifiche di aree rurali o industriali fatte con attività reale e politiche attive occupazionali, non con viaggi sulla luna o razzi spaziali. Perché non pensiamo a impiantare la coltivazione della canapa industriale, magari con un beta test di un applicazione robotica? Agro ict e robot sono già realtà.

Immagino nuovi impianti industriali capaci di produrre energia pulita e non essere fonte d’inquinamento, usiamo la forza naturale del nostro territorio, il mare ad esempio ma senza farci colonizzare come è stato per eolico e fotovoltaico, prendiamoci l’indipendenza energetica di cui abbiamo bisogno.

Immagino servizi di tech health per sopperire alla mancanza di strutture mediche nel territori quali guardie mediche e ospedali.
Immagino un territorio che si ricordi delle sue esperienze da migrante e ne faccia tesoro mostrando ancora una volta la sua grande ospitalità verso i nuovi flussi migratori, sfruttando quest’opportunità unica di crescita e d’interazione sociale; ognuno è diverso e unico a suo modo, ma insieme siamo in grado di trovate un enzima che ci permetta di comunicare e di abbattere le barriere sociali culturali che stiamo continuando a costruire.

In questo, ruolo importante potrebbero svolgere proprio le strutture militari e le politiche attive del lavoro, se ne mettessimo in campo di serie.
Immagino che la potente e gigante rete di sardi nel mondo riesca a vedere un concetto di rimessa 3.0, anche lì possiamo evolverci ed aiutarci, scrivere solo gli articoli sui giornali non serve a niente.

Credo siano ormai evidenti i comuni denominatori di questo risorgimento economico. Una quinta rivoluzione industriale può essere alle porte, non ci resta che rendere i nostri territori terra di frontiera e farne un esempio unico.

La chiusura di un ciclo economico non deve portare alla chiusura né di una città né di un territorio.
Esistono seconde e terze vite anche per questo.

Bob Kennedy diceva in un celebre discorso che il pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta; era il ‘68, sono passati quasi 50 anni, continua ad avere ragione perché tutti noi continuiamo a sbagliare.
Il petrolio finirà o, finalmente, inizieremo a risparmiarlo, le macchine andranno da sole e saranno elettriche, nella debolezza UE il bipolarismo mondiale si polarizzerà ulteriormente, le minacce terroristiche non scemeranno, cyber security privacy e intelligenza artificiale la faranno da padrona, il web semantico cambierà gli approcci alla e della rete, il welfare post crisi sarà altro.

E’ vero che siamo la terra dei centenari, è vero anche che siamo uno dei posti non sismici e sicuri più belli al mondo ma creare brand o focalizzarsi non è fare come sempre il contenitore senza contenuto?
Noi che partita vogliamo giocare?
Sono personalmente stanco di sentirmi dire che i Sardi non si meritano la Sardegna.
Per essere chiari, nostro compito è strutturare un percorso, il nostro ruolo è porre le basi per chi verrà dopo di noi.
Verrà il giorno, Dio piacendo, della non dipendenza quando la generazione precedente smetterà di scaricare le proprie colpe su quelle che seguono.

Vi ringrazio per l’attenzione nella speranza di non avervi tediato.

Vostro affezionato, Nicola

 

 

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